11 SETTEMBRE 2001 – VENTICINQUE ANNI DOPO

Un’intera generazione è nata dopo l’11 settembre 2001 e conosce quella giornata soltanto attraverso immagini, documentari e libri di storia.
Chi invece era già abbastanza grande ricorda esattamente dove si trovava poco dopo le 14.45, ora italiana. Io avevo dodici anni e conservo nitidamente lo sgomento davanti alla televisione e la sensazione immediata che il mondo non sarebbe più stato lo stesso.
E così è stato.
Tra le immagini più terribili rimangono quelle dei cosiddetti falling men: persone intrappolate ai piani più alti delle torri, affacciate alle finestre e infine precipitate nel vuoto per sfuggire al fuoco, al fumo e a un calore ormai insopportabile.
Tra le migliaia di storie di quella giornata ce n’è un’altra, meno conosciuta, che merita di essere raccontata.
Rick Rescorla era il responsabile della sicurezza di Morgan Stanley nella Torre Sud. Dopo il primo attentato al World Trade Center, nel 1993, aveva previsto che i terroristi sarebbero tornati e aveva imposto periodiche esercitazioni di evacuazione, spesso considerate eccessive dai colleghi.
La mattina dell’11 settembre, dopo che il primo aereo colpì la Torre Nord, dagli altoparlanti della Torre Sud arrivò l’indicazione di rimanere negli uffici. Rescorla decise di non obbedire: prese il megafono e ordinò l’evacuazione.
Mentre migliaia di persone scendevano le scale, cantava per tranquillizzarle e impedire che il panico prendesse il sopravvento. Quasi tutti i dipendenti riuscirono a uscire. Lui, invece, tornò indietro per verificare che nessuno fosse rimasto ai piani superiori. Morì nel crollo della torre.
Accanto a lui, gli eroi di quella giornata furono i vigili del fuoco di New York. Mentre migliaia di persone scendevano disperatamente le scale per salvarsi, loro le risalivano, entrando nelle torri in fiamme. Quel giorno morirono 343 vigili del fuoco del Fire Department of New York; molti altri si ammalarono negli anni successivi a causa delle polveri tossiche respirate a Ground Zero.
Il loro sacrificio rimane una delle testimonianze più alte del significato del dovere: andare incontro al pericolo per portare in salvo gli altri.
Ma l’11 settembre non si concluse quel giorno.
Gli attentati furono organizzati da Al Qaeda, guidata da Osama bin Laden, che aveva trovato protezione nell’Afghanistan governato dai talebani. Per la prima e finora unica volta nella sua storia, la NATO attivò il principio di difesa collettiva previsto dall’articolo 5: l’attacco contro un alleato fu considerato un attacco contro tutti.
L’intervento militare portò rapidamente alla caduta del regime talebano, ma aprì una guerra durata vent’anni. Bin Laden fu ucciso in Pakistan nel 2011, ma l’Afghanistan non divenne il Paese stabile e democratico che era stato promesso.
Nell’agosto del 2021 il ritiro occidentale assunse le immagini drammatiche di una fuga. Le scene strazianti dell’aeroporto di Kabul mostrarono al mondo il fallimento di una missione durata due decenni. I talebani tornarono al potere e governano ancora oggi, imponendo soprattutto alle donne e alle ragazze una durissima privazione dei diritti.
Poi venne l’Iraq. Saddam Hussein era un dittatore sanguinario, ma l’Iraq non aveva organizzato l’11 settembre e gli arsenali di distruzione di massa usati per giustificare l’invasione del 2003 non furono trovati.
La guerra abbatté il regime, ma produsse un vuoto di potere, violenza settaria e nuove radicalizzazioni. Dalle ceneri di Al Qaeda in Iraq e dalla successiva guerra in Siria nacque l’ISIS, che nel 2014 conquistò città e territori, proclamò un “califfato” e portò il terrorismo fin dentro le città europee.
In questi venticinque anni anche la lotta al terrorismo è cambiata: intelligence, sorveglianza digitale, controlli negli aeroporti, operazioni speciali, droni e tracciamento dei finanziamenti hanno progressivamente sostituito le grandi invasioni militari.
Il prezzo pagato, però, è stato enorme: guerre interminabili, centinaia di migliaia di vittime, milioni di profughi, limitazioni delle libertà individuali e una profonda perdita di fiducia nelle istituzioni.
Al Qaeda non poteva sconfiggere militarmente gli Stati Uniti. Riuscì però a trascinarli nella paura, in guerre lunghissime e in decisioni che hanno cambiato il mondo forse ancora più degli attentati stessi.
Anche questo venticinquesimo anniversario arriva in un clima di forti polemiche. Oltre centomila persone hanno chiesto che il sindaco di New York, Zohran Mamdani, primo musulmano alla guida della città, non partecipasse alla commemorazione di Ground Zero, contestandogli alcune posizioni e scelte politiche. Altri hanno visto in questa richiesta il ritorno di quella pericolosa sovrapposizione tra Islam e terrorismo che, proprio dopo l’11 settembre, alimentò sospetti e discriminazioni verso intere comunità.
Le opinioni e le scelte di ogni amministratore possono e devono essere discusse. Ma nessuno può essere considerato estraneo al dolore della propria città a causa della sua fede religiosa. Mamdani ha scelto di partecipare alle commemorazioni e a una marcia interreligiosa insieme a ebrei, cristiani e musulmani.
Intanto, lontano dalle polemiche, migliaia di soccorritori, lavoratori e cittadini continuano ad ammalarsi per le sostanze tossiche respirate a Ground Zero. Molte famiglie chiedono ancora piena verità sulle eventuali responsabilità e complicità internazionali che resero possibili gli attentati.
Forse è questo il paradosso del venticinquesimo anniversario: una tragedia che per qualche tempo unì il mondo viene ancora utilizzata per dividere e ottenere consenso politico.
Ricordare l’11 settembre significa rendere omaggio alle quasi tremila vittime e agli eroi come Rick Rescorla e i vigili del fuoco di New York, ma anche difendere la memoria dalle strumentalizzazioni.
La lotta al terrorismo non può trasformarsi in odio verso una religione o in una colpa attribuita collettivamente a milioni di persone. Servono verità, giustizia e responsabilità. Non nuove paure.