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Malga Zonta – non soltanto eredi, ma continuatori!

SALUTO DEL SINDACO DI FOLGARIA

82° ANNIVERSARIO DELL’ECCIDIO DI MALGA ZONTA

Buongiorno e benvenuti a Folgaria, a Passo Coe, a Malga Zonta.

A nome dell’Amministrazione della Magnifica Comunità di Folgaria rivolgo a tutti voi il saluto più cordiale e il ringraziamento più sincero per essere qui, ancora una volta, così numerosi.

Ci sono luoghi che custodiscono la storia. E ce ne sono altri nei quali la storia continua a guardarci.

Malga Zonta è uno di questi.

Per questo non siamo qui soltanto per rispettare una ricorrenza. 

Ricordare appunto non significa ripetere. Significa fare memoria viva e contemporanea: lasciare che il passato interroghi le scelte del presente.

Tre giorni fa, ricordando l’eccidio di Sant’Anna di Stazzema, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha scritto: «In questo sacrario civile, come in altri luoghi di dolore, si trovano le radici della Repubblica». Quelle parole valgono certamente anche per Malga Zonta.

Tra la notte di Malga Zonta e il referendum del 2 giugno 1946 trascorsero meno di due anni. Meno di due anni per passare dall’abisso di una dittatura, di una guerra e di un’occupazione alla libera scelta delle cittadine e dei cittadini. Meno di due anni perché un dolore immenso cominciasse a diventare un progetto politico, civile, ma soprattutto futuro. 

Quel progetto si chiamava Repubblica. Si chiamava Costituzione. Si chiamava democrazia. E avrebbe preso anche il nome di Europa.

La Repubblica non nacque automaticamente dalle macerie. Fu una scelta: legare il potere alla legge dopo averne conosciuto il volto peggiore; mettere al centro la persona dopo vent’anni di dittatura; scegliere la cooperazione tra i popoli dopo il nazionalismo e la guerra.

E allora la domanda che oggi Malga Zonta ci rivolge non è soltanto se ricordiamo. La domanda è: che cosa stiamo facendo di ciò che abbiamo ricevuto?

Che cosa stiamo facendo della Democrazia?

Che cosa stiamo facendo della pace?

Che cosa stiamo facendo dell’Europa?

Viviamo in un tempo nel quale molte parole hanno perso peso. La libertà viene talvolta invocata come esenzione da ogni responsabilità. La democrazia come diritto di gridare più forte. La sovranità come solitudine. Il compromesso come tradimento. La pace, perfino la pace, come resa.

L’avversario diventa un nemico, i fatti diventano opinioni facoltative, la competenza viene derisa, la paura diventa strumento di consenso; 

La paura, però, non è soltanto un sentimento individuale. È materia politica. 

Una classe dirigente può scegliere di alimentarla, trasformando ogni difficoltà in una minaccia e ogni diversità in un nemico. Oppure può assumersi la responsabilità più difficile: dire la verità anche quando è scomoda, non promettere scorciatoie, proteggere senza chiedere obbedienza, accompagnare una comunità dentro il cambiamento.

Una politica all’altezza della democrazia non cavalca la paura. La riconosce, la governa e prova a trasformarla in coraggio collettivo. 

Permettetemi un affondo: esercitare la politica con competenza e responsabilità non significa contrapporsi al populismo e populisti con atteggiamenti elitari o professorali, giudicando o deridendo dall’alto le paure e le fatiche delle persone e finendo così per allargare il divario tra la popolazione, chi governa e le istituzioni. Il populismo è un nemico della democrazia; la popolazione, invece, ne è l’essenza e non dobbiamo dimenticarlo mai. 

Non fingano di non sentire, dunque, quei partiti e quei politici che con fare quasi aristocratico trascurano questioni come la sicurezza, l’integrazione, il lavoro, il reddito, offrendo se necessario solo risposte astratte e lontane dalla vita reale.

Anche coloro che scelsero la Resistenza ebbero paura. Il loro coraggio non consistette nel non provarla, ma nel non permettere che fosse la paura o la convenienza a decidere chi dovessero essere e da quale parte stare.

È qui che l’antifascismo rivela tutta la sua attualità.

L’antifascismo non è nostalgia né appartenenza a una tifoseria. È la grammatica civile della nostra Repubblica. Non è una delle tante opinioni ospitate nella Costituzione: è la condizione storica e morale che l’ha resa possibile.

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Ma che cosa significa, oggi, essere davvero donne e uomini di pace?

La pace non è neutralità tra chi aggredisce e chi viene aggredito, né un ordine imposto dal più forte. Per essere vera deve essere giusta, riconoscere la dignità e la sicurezza di tutti, poggiare sul diritto internazionale e sul dialogo.

Non esiste sicurezza che possa essere costruita sulle macerie, sulla fame e sulla morte. Riconoscere un crimine non deve mai servire a giustificarne un altro. 

E non possiamo dimenticare le tante guerre che scompaiono dalle prime pagine senza scomparire dalla vita di chi le subisce. Il valore di una vita non può dipendere dalla distanza geografica, dal passaporto o dallo spazio che una tragedia riesce a conquistare nei notiziari.

La pace è la forma più alta della politica. Non ha nulla a che vedere con le tristi iniziative alle quali abbiamo assistito anche recentemente: organismi costituiti al di fuori delle sedi multilaterali riconosciute, nei quali la tragedia dei popoli rischia di trasformarsi in un’occasione di profitto per palazzinari e speculatori di ogni genere.

Ed è qui che deve entrare in campo l’Europa.

L’Europa non del mercato unico, ma come risposta politica di un continente che aveva quasi distrutto sé stesso. Oggi rischia troppo spesso di avere valori senza strumenti, dichiarazioni senza decisioni, indignazione senza iniziativa.

Abbiamo bisogno di più Europa: capace di parlare con una sola voce, di difendere la libertà e il diritto internazionale, di agire per la pace e di non delegare ad altri la propria sicurezza e il proprio futuro. Un’Europa forte non per dominare, ma per impedire che regni la legge del più forte; un Europa sociale, perché la democrazia si indebolisce con le disuguaglianze; un Europa capace di affrontare la crisi climatica perché non ci sarà pace in un mondo nel quale l’acqua, la terra e le condizioni stesse della vita diventeranno privilegi per pochi.

Pensare che singoli Stati possano affrontare da soli le grandi potenze, le guerre e le trasformazioni del nostro tempo non è sovranità. È una pericolosa illusione. Oggi la sovranità si difende condividendola attraverso istituzioni comuni.

Per noi trentini il 1946 custodisce un’altra eredità. Il prossimo 5 settembre ricorreranno ottant’anni dall’Accordo De Gasperi-Gruber, che pose le basi internazionali della nostra Autonomia speciale.

Non è un anniversario estraneo a quello che celebriamo qui. Repubblica, Europa e Autonomia affondano le radici nella stessa lezione: la forza non fonda un ordine giusto, le differenze non si cancellano, il potere deve essere limitato dalla legge.

L’Autonomia non è soltanto competenza o risorsa: è la responsabilità di decidere meglio, più vicino alle persone, senza lasciare indietro nessuno. Si svuota quando diventa privilegio; vive quando produce partecipazione, servizi e fiducia. Anche l’Autonomia deve essere continuamente meritata e rigenerata.

Come Sindaco, so bene che la Repubblica, l’Europa e l’Autonomia possono apparire concetti lontanidall’attività quotidiana. Ma questi valori non stanno soltanto nel Parlamento o nei grandi discorsi. Vivono nella porta di un municipio che rimane aperta. Nella scuola che non lascia indietro un bambino. Nella cura di un anziano. Nella dignità del lavoro. Nei servizi garantiti anche a chi abita in una piccola frazione di montagna. Nel volontariato, nell’associazionismo, nella disponibilità ad aiutarsi quando arriva una difficoltà.

È in questa trama quotidiana che le persone imparano ad avere fiducia nelle istituzioni e le istituzioni dimostrano di meritare quella fiducia.

Anche qui esiste una forma contemporanea di resistenza. Non è paragonabile al rischio, alla lotta e al sacrificio di chi combatté il nazifascismo. Ma ne raccoglie la responsabilità: resistere all’indifferenza, al cinismo, alla politica ridotta a propaganda, alla menzogna ripetuta fino a sembrare vera, alla tentazione di pensare soltanto a noi stessi.

La memoria non deve chiedere obbedienza. Deve generare libertà.

Quattordici partigiani e tre malgari non ci chiedono una cerimonia perfetta. Non ci chiedono parole più solenni delle loro vite. Ci chiedono di essere conseguenti.

Di non chiamare pace la resa delle vittime.

Di non chiamare sicurezza la sofferenza degli innocenti.

Di non chiamare patriottismo il disprezzo degli altri popoli.

Di non chiamare libertà l’egoismo.

Di non chiamare memoria una commemorazione che, una volta terminata, non cambia nulla nelle nostre scelte.

Da Malga Zonta si alzi ancora una volta una parola ferma, rivolta a tutti: nessun essere umano è sacrificabile; nessun popolo può essere sottomesso; nessuna libertà è conquistata per sempre; nessuna democrazia sopravvive senza responsabilità.

La Costituzione nata dalla Resistenza ci è stata affidata. La nostra Autonomia speciale, fondata sulla convivenza, ci è stata consegnata. L’Europa nata dalla pace è il nostro più grande patrimonio. Tocca a noi dimostrare di non essere soltanto eredi, ma continuatori.

Viva Malga Zonta.

Viva la Resistenza.

Passo Coe, 15 agosto 2026

    Michael Rech

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